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purgatorio - canto xxx 291

     Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
102volse le sue parole cosí poscia:
     «Voi vigilate ne l’eterno die,
sí che notte né sonno a voi non fura
105passo che faccia il secol per sue vie;
     onde la mia risposta è con piú cura
che m’intenda colui che di lá piagne,
108perché sia colpa e duol d’una misura.
     Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
111secondo che le stelle son compagne,
     ma per larghezza di grazie divine,
che sí alti vapori hanno a lor piova,
114che nostre viste lá non van vicine,
     questi fu tal ne la sua vita nova
virtualmente, ch’ogni abito destro
117fatto averebbe in lui mirabil prova.
     Ma tanto piú maligno e piú silvestro
si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
120quant’elli ha piú di buon vigor terrestro.
     Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
123meco il menava in dritta parte vòlto.
     Sí tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
126questi si tolse a me, e diessi altrui.
     Quando di carne a spirto era salita
e bellezza e virtú cresciuta m’era,
129fu’ io a lui men cara e men gradita;
     e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
132che nulla promission rendono intera.
     Né l’impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
135lo rivocai; sí poco a lui ne calse!