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Dialogo Sesto. 293

rìfpos’io, che l’oro, quefta predio fi foitanza, per cui fi fanno, e fi foffrono si grandi cofe dagli uomini, e di cui tanto più crefce ne’ tioitri petti la farne, quanto più Cembri, che dovette eterne fczia,e che i diatninri fteffij la più brillante Opera della Natura, benché pefanti oltremodo e gravi, motta materia in fe contengano? Strano vi parrebbe il dirvi, quanto poca realmente ella fu, attefa!a vaftità del vano, che v’à fra mezzo, c che perfettamente pieno all’ingannato noflro occhio ratembra. La materia, che un pezzo di vetro rifpctto alla fu a mole in fe racchiude, non è che un.granel di arena rifpctto al Globo Terraqueo. Egli è maravigliofo quanto poco di folido vi ha ani Monda, e di quanto pochi materiali, per cosà dire, egli.ila fabbricato. Voi temerete per avventura di camminar falla bambagia, Tene rifapefte il vero, e di fchiacciarlo fot co a vollri piedi, roller pure. così leggieri, come quelli della veloce Camilla, o di quella moderna Salratrice, le cui tracce gli alati Amari duran fatica a feguire, e a cui ZeiHro amorofo non può involare un bacio, che quando riftà di danzare. Ora quantunque oltre a ciò, che immaginar fi polla, rara fisgafi la materia de’ Cieli, la luce però, la quale malgrado la fmifurata fua velocità impiega fei anni di tempo fecondo gli ultimi calcoli a venir dalle itelle a noi, eiìinguerli affitto dovrebbe per le tante riflclfiont, e rifrazioni, che a foffrir uria collreua in queit’immenfo tragitto; ficcoroc una numerofa, c florida Armata in una lunghiflìma marcia s perir dovrebbe e disfarfi da se