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EPOCA TERZA. CAP. XV. a53 giorno le di lei finestre; di vederla passare; di 1775. udirne in qualunque modo parlare; e con tutto ciò, di non cedere oramai a nulla, nè ad ambasciate dirette o indirette, nè alle reminiscenze, nè a cosa che fosse al mondo, a vedere se ci creperei, il che poco importavami,o se alla fin fine la vincerei. Formato in me tal proponimento, per legarmivi contraendo con una qualche persona come un obbligo di vergogna, scrissi un bigliettino ad un amico miò coetaneo, che molto mi amava, con chi s’era fatta l’adolescenza, e che allora da parecchi mesi non mi vedea più,compiangendomi molto di esser naufrago in quella Cariddi, e non potendomene cavar egli, nè volendomi perciò parer d’approvare. Nel bigliettino gli dava conto in due righe della mia immutabile risoluzione, e gli acchiudevo un involtone della lunga e ricca treccia de’ miei rossissimi capelli, come un pegno di questo mio subitaneo partito, ed un impedimento quasi che invincibile al mostrarmi in nessun luogo cosi tosone j non essendo allora tollerato un tale assetto, fuorché ne’ villani, e marinari. Finiva il biglietto col pregarlo di assistermi di sua presenza e coraggio, per rinfrancare il mio. Isolato in tal guisa in casa mia, proibiti tutti i messaggi, urlando