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EPOCA TERZA. CAP. VIII. 165

cacia delle frasi, che è somma nei Toscani; [1770] ma quanto alla pronunzia di quelle mie parole barbare Italianizzate, ell’era bastantemente pura e Toscana; stante che io deridendo sempre tutte le altre pronunzie Italiane, che veramente mi offendeano l’udito, mi era avvezzo a pronunziar quanto meglio poteva e la U, e la Z, e Gi, e Ci, ed ogni altra Toscanità. Onde alquanto inanimito dal sudetto Conte Calanti a non trascurare una sì bella lingua, e che era pure la mia, dacchè di essere io Francese non acconsentiva a niun modo, mi rimisi a leggere alcuni libri Italiani. Lessi, tra’ molti altri, i Dialoghi dell’Aretino, i quali benchè mi ripugnassero per le oscenità, mi rapivano pure per l’originalità, varietà, e proprietà dell’espressioni. E mi baloccava così a leggere, perchè in quell’inverno mi toccò di star molto in casa ed anche a letto, atteso i replicati incomoducci che mi sopravvennero per aver troppo sfuggito l’amore sentimentale. Ripigliai anche con piacere a rileggere per la terza e quarta volta il Plutarco; e sempre il Montaigne; onde il mio capo era una strana mistura di filosofia, di politica, e di discoleria. Quando gl’incomodi mi permetteano d’andar fuori, uno dei maggiori miei divertimenti in

  Alfieri, Vita. Vol. I. 11