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EPOCA TERZA. CAP. IV. 127

minimo frutto. Non visitai neppure la decima [1767] parte della tante maraviglie sì di pittura che d’architettura e scoltura, riunite tutte in Venezia; basti il dire con mio infinito rossore, che nè pure l’Arsenale. Non presi nessunissima notizia, anco delle più alla grossa, su quel governo che in ogni cosa differisce da ogni altro; e che, se non buono, dee riputarsi almen raro, poichè pure per tanti secoli ha sussistito con tanto lustro, prosperità, e quiete. Ma io, digiuno sempre d’ogni bell’arte, turpemente vegetava, e non altro. Finalmente partii di Venezia al solito con mille volte assai maggior gusto che non c’era arrivato. Giunto a Padova, ella mi spiacque molto; non vi conobbi nessuno dei tanti professori di vaglia, i quali desiderai poi di conoscere molti anni dopo: anzi, allora al solo nome di professori, di studio, e di Università, io mi sentiva rabbrividire. Non mi ricordai, (anzi neppur lo sapeva) che poche miglia distante da Padova giacessero le ossa del nostro gran luminare secondo, il Petrarca: e che m’importava egli di lui, io che mai non l’avea nè letto, nè inteso, nè sentito, ma appena appena preso fra le mani talvolta, e non v’intendendo nulla buttatolo? Perpetuamente così spronato e incalzato dalla noja e dall’ozio, pas-