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rime varie 87


CXXVI (1784).

Le pene mie lunghissime son tante,
Ch’io non potria giammai dirtele appieno.
D’atri pensieri irrequieti pieno,
Neppure io ’l so, dove fermar mie piante.

Misera vita strascíno ed errante;
Dov’io non son, quello il miglior terreno
Parmi; e quel ch’io non spiro, aere sereno
Sol chiamo; e il bene ognor mi caccio innante:

S’anco incontro un piacer semplice e puro,
Un lieto colle, un praticello, un fonte,
Dolor ne traggo e pensamento oscuro.

Meco non sei: tutte mie angosce conte
Son da quest’una; ed a narrarti il duro
Mio stato, sol mie lagrime son pronte.

CXXVII.

Tempo già fu, ch’io sovra ognun beato
Mi tenni, ed era allor; che tal nomarsi
Può chi se stesso in altri ha ritrovato:
Ben, cui quaggiù non debbe altro agguagliarsi.

Or ch’io son da mia donna allontanato,
Intero il mondo a me un deserto farsi
Veggio; e non so, quanto in sì fero stato
Fortuna ria mi vuol, per appagarsi.

Oh, come varie appajono le stesse
Umane cose, in varïar destino,
A chi ’l suo cor troppo abbandona in esse!

Fin ch’ella, con quel suo dolce divino
Parlar, la debil mia ragion diresse,
Uom mi credetti; e son, men che bambino.