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82 vittorio alfieri


CXVI.

Se l’alternar del mal col ben fia pari,
Forse avverrà che i dolci istanti al core
Forza prestando a sopportar gli amari,
L’uom tempri in alma speme il rio dolore.

Ma, se i pianti fian spessi, e i piacer rari,
Sì ch’anni sia ’l morire, e il viver, ore;
In lance tanto orribilmente impari,
Sarà il ben stesso d’ogni mal peggiore.

Dai divisi dal mondo ultimi poli
Già non disgombra il sempiterno ghiaccio
Il Sol, perchè alcun giorno in lor s’impoli.

Ecco il quart’anno omai, che a morte in braccio
Dieci gran mesi io vivo; e poi due soli
Con la mia donna in pianto anco mi sfaccio.

CXVII (1784).

Narrar sue pene ed esser certo almeno
Ch’altri le intenda, e riconosca in esse
La immagin vera di sue angosce istesse,
È dolce sfogo al travagliato seno.

Questo conforto (ahi lasso!) a me vien meno
Affatto omai, da che il destin mi elesse
Ad abitar fra queste nebbie spesse,
Per cui tolto ai Britanni è il ciel sereno.

Del mio signor nè il nome pure ei sanno
Questi gelidi cor, che ogni altro Iddio,
Ch’oro non sia, per falso o inutil hanno.

Tutti i sospir dell’amoroso mio
Fero dolor di là dell’Alpi or vanno;
Ch’ivi almen trovan gente arder com’io.