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72 vittorio alfieri


XCVI (1783).

Mentr’io più mi allontano ognor da quella,
Ch’ora i suoi dì strascina al Tebro in riva,
Sol mio diletto è il far sempre più viva
Mia doglia, e il viver tutto immerso in ella.

Spesso, mia lingua in flebil suon l’appella;
E l’alma voce, che già il cor mi apriva,
Par mi risponda, così addentro arriva
La rimembranza pur di sua favella.

Pietade e pianto nel mortal mio esiglio
Sono i miei soli duo fidi compagni;
L’una il cor mi governa, e l’altro il ciglio.

Nè v’ha infelice che con me si lagni,
Ch’io di soccorso, lagrime, o consiglio,
Pietosamente lui non accompagni.

XCVII (1783).

Tanta è la forza di ben posto amore,
Ch’anco in contrarie barbare vicende
Non però mai l’uom dispregevol rende,
Anzi gli allarga, e vie più innalza, il core.

Or, ch’io son fatto albergo di dolore,
Veggio fin dove il gran poter si estende
Di lui, che a cor gentil tanto si apprende,
Ch’ove regna egli, virtù mai non muore.

Tu, donna mia, mi narri in quelle note,
Con cui di lontananza il duol mi tempri,
Che ogni dì la pietade in te più puote:

E a me pur vien, che il pianto altrui mi stempri
Il cuore, in guise a me pria d’ora ignote:
Sol ben, che i mali nostri omai contempri.