Pagina:Alfieri - Rime varie (1903).djvu/60

54 vittorio alfieri


LX (1781).

Immensa mole, che nel ciel torreggi,
E tutto ingombri il vaticano suolo,
Curva e lieve, che par t’innalzi a volo;
E più dall’occhio sfuggi, e più grandeggi:

Già non fia che di te l’uom favoleggi,
Nel dir che intera dall’etereo polo
Giù ti portasse un bello alato stuolo
Sovra il gran tempio, in cui per te ti reggi.

Ma se pur fosti, opra immortal, concetta
In uom mortal, donde ei l’idea mai tolse
D’una magion di Dio così perfetta?

Fervido ingegno dal suo fral si sciolse,
E in ciel d’ogni bell’opra ebbe l’eletta;
Quaggiù tornato, unica palma ei colse.

LXI.

Non più scomposta il crine, il guardo orrendo,
In fuoco d’ira fiammeggiante il volto;
Nè parlar rotto, e da mollezza sciolto;
Nè furor più, nè minacciar tremendo;

Non più sforzarvi a inorridir piangendo;
Non più il coturno e il manto in sangue avvolto:
Nè il grondante pugnale in me rivolto:
Tutt’altra omai di appresentarmi intendo.

Io canterò d’amor soavemente;
Molle udirete il flauticello mio
L’aure agitare armonïosamente

Per lusingar l’eterno vostro oblio.
Poi, per scolparmi, alla straniera gente
Dirò: l’Itala son Melpomen’io.