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210 vittorio alfieri


Regoli qui, qui non avea Catoni:
Roma vista m’avria brandir lo stile;
Flora udì miei vangelici sermoni:
Tra’ grandi grande, in fra codardi vile:
A diversi destrier, diversi sproni:
Altro loco, altra età, vuolsi altro stile:
Certo a color per cui Licurgo scrisse,
Stolto fora il narrar Cristo qual visse.

Ma qui, d’Italia fetida nel mezzo,
Dove di luce aurora pur non sorge,
A penetrar ben dentro i cuor qual mezzo
Miglior dei tanti che il vangel ne porge?
Libro de’ libri! a chi nol legge a mezzo,
È in esso assai più là che il volgo scorge.
Fraude, il veggio, ti spiace; ed io non l’amo:
Ma chi si coglie or di virtude all’amo?

Tu pur se il nobil tuo disegno in parte
Compier vorrai, mestier ti fia l’inganno.
Qui lo interrompe il giovin fero: All’arte
Scenderà (grida) chi non teme danno?
Questo mio stil, più che tue sacre carte,
Nobil mezzo non è contro a tiranno?
Amor di vita ogni grand’opra guasta:
Èmmi il saper morir arte che basta.

Qui pur t’inganna il tuo gran cor: soggiunge
Lo Spirto allor. Morire è d’ogni forte
L’arte, ma pur non ogni forte aggiunge
All’arte del sapere altrui dar morte.
Te desío di morir pur troppo punge,
Ma all’uccider non son tue man sì scorte:
Non al tiranno, a te qui tendi aguato:
Ch’ei forse vien d’ascosa maglia armato.

Fa’ ch’egli esca soltanto: e sì s’appiatti
Poi dietro a doppio e triplicato usbergo;
Quanto ei più può, ferro su ferro adatti
Al petto ai fianchi e al timido suo tergo.
Fa’ sol ch’egli esca: indi a veder qui statti
S’io tutto in lui, tutto il pugnale immergo:
Ferro ogni membro sia, gli occhi ha di carne;
Varco fien gli occhi onde l’alma empia trarne.