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rime varie 15


XXV.

Adulto appena, alla festiva reggia
Mi appresentai dell’immortale arciero;
E un biondo crin fu il laccio mio primiero,
Mercè il gran Dio che il mondo signoreggia.

Quindi, negli anni in cui più l’uom vaneggia,
Feci mio dolce ed unico pensiero
Altra beltà dall’occhio ardente e nero:
Senza uscir pur dalla volgare greggia.

Sperava io poi d’ogni servaggio il fine;
Nol volle Amore; e mi additò costei,
Che negro ardente ha l’occhio, ed auro il crine.

Mostrolla, e disse: In questa amar tu dei,
Più che il bel volto, le virtù divine,
Ch’io per bearti ho tutte accolte in lei.

XXVI (1778).

Già cinque interi, e più che mezzo il sesto
Lustro ho trascorso, e dir non oso: Io vissi;
Che quanto io lessi, vidi, appresi, o scrissi,
Or sento essere un nulla manifesto.

Appresi io mai ciò ch’ora apprendo in questo
Celeste sguardo, in cui miei sguardi ho fissi?
Pria che a’ tuoi rai, mio Sol, le luci aprissi,
S’io chieggo a me; che fui? muto mi resto.

Che fui, che seppi, e che vid’io finora?
Io, che a mirarti, oimè! sì tardi arrivo;
E, giunto in tempo, altr’uom già forse io fora.

Or che a te sola penso, e parlo, e scrivo,
E son tuo, se mi vuoi, finch’io mi mora;
Ora incomincio e ardisco dir, ch’io vivo.