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l’etruria vendicata. — canto ii 203


Fileno mio, di mia vita conforto,
Unico ben che tirannia mi toglie;
Sol perchè m’ami rïamato, attorto
Gemi or fra lacci in preda all’empie voglie
Di rio signor che già tanti altri ha morto!...
Volea più dir: ma il gran pianto le scioglie
I mesti accenti in flebili ululati.
Stan Lorenzo e la madre abbrividati.

Beltà vedresti semplice, dolente
Tutta al viso chiamar l’anima trista;
Parte d’esso ombreggiarne il crin cadente
Sovra il percosso petto in doppia lista;
E la pallida guancia amaramente
Solcare un rio che ognor più forza acquista;
Or le mani al fratel sporger pietosa,
Le luci al cielo or volger dispettosa.

Ma poi ripiglia in suon più maschio assai:
Aspra mandommi il sir fera minaccia;
Deh, pria che forza, al mio voler non mai
Ma a questo corpo debile si faccia,
Tronca, o fratel, col tuo pugnal mie’ guai;
In mezzo al cor quel ferro tuo mi caccia:
Già vendicarmi tu mai nol potresti:
Me lasci, a morte corri; e vuoi ch’io resti?

Lorenzo allor: Pria di saper quest’onte
Private nostre, io m’era in cor già fitto
O perder vita o rïalzar la fronte
Di questo servo popolo proscritto:
Già il rio tiranno d’ogni angoscia fonte
Dianzi cader per me dovea trafitto;
Chi fia che omai la rabbia mia raffreni?
Tanto oltraggio s’aggiunge; e ch’io nol sveni?

O degno figlio, o veramente mio:
Grida la madre con feroce gioia:
Pèra, sì, pèra, per tua man quel rio:
Va’, tenta, e non temer ch’io schiava muoia,
Nè che in preda al tirannico desío
La figlia io lasci, e a noi l’onor premuoia.
Noi pure un ferro, ardir noi pure avremo:
Se cadi tu, di nostra man cadremo.