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rime varie 111


CLXVI (1785).

Già son dell’Alpi al più sublime giogo,
D’onde verso il German l’acqua si avvalla:
Precipitar vorrei sovr’essa a galla,
Per giunger prima al sospirato luogo.

Ciò non potendo, al cuor mi è pure sfogo
Mirar quest’onda, e dir: presto vedralla
Quella, con cui (se il mio sperar non falla)
Miei dì trarrò sino al funereo rogo.

Rapido scendi oltre l’usato, o fiume;
E, per far lei pria del mio giunger lieta,
Mie’ carmi arreca in su le ondose piume.

Perchè tu il sappi, al tuo fuggir pon meta
Là, dove splenda inusitato un lume;
Ch’ivi è colei, ch’ogni mia doglia acqueta.

CLXVII.

Oh qual mi rode e mi consuma e strugge
Inutil rabbia, ch’esalar non posso!
Da tanti dì già corro, e non son mosso;
Mercè la gente, che parlando mugge.

Un trotto piè-di-piombo, che mi fugge
E vuota ogni midolla infino all’osso;
Ecco quai vanni a me il Tedesco grosso
Or presta; ond’io rimango, e il tempo fugge.

Ben l’alato pensier verso il mio bene
Su le ratte d’amor fervide penne
Innanzi vola, indi a spronarmi viene:

Ma invan: sue tarde elefantesche brenne
Il guidator più tardo anco trattiene. —
Amante mai per queste vie non venne.