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164 rime varie


14 E, sotto usbergo d’amistade, Amore.1


CLX.2

Per la malattia dell’Abate di Caluso.

Mentr’io dell’Arno in su la manca riva
Mesto pel vago Boboli3 passeggio,
L’ultimo amico a chi4 il mio cor si apriva,
4 Spirante (oimé!) là sulla Dora5 io veggio.
Carta fatal già già mi soprarriva;
Temo in aprirla, e in un d’aprirla chieggio,
Che ancora un raggio di speranza avviva
8 L’alma mia, bench’io sempre aspetti il peggio.
Cinque dí interi in cotal dubbio orrendo
Viver dovrommi; e poi, chi sa se il sesto?....
11 Tutto, (ahi!) già tutto il danno mio comprendo.
Io sperava precederti; e son presto6
A dar vita per vita, ove il tremendo
14 Fato il conceda: e il nieghi, io sol non resto.7


CLXI.8

Umane chimere.

Beata vita ogni uom quella esser crede,
Ch’egli al suo lungo desïar fea scopo.9
Ma intenso oprare al conseguirla è d’uopo;10
4 Natura il vuol, che al comun ben provvede.


    lenne che non avesse fatto mai»: (Aut., IV, 16°): senonchè nel ’98, avendo letta l’Alceste di Euripide, ne fu cosí scosso e cosí intenerito che prima la tradusse, poi ne scrisse una sullo stesso argomento.

  1. 14. Usbergo, corazza, difesa. Il verso è un po’ oscuro, mi sembra; ma forse l’A. vuol dire che l’affetto che egli provava allora per la Contessa era, oltreché amore, amicizia, non già che il loro amore in faccia al mondo si celasse sotto l’aspetto dell’amicizia; ormai, qual relazione li stringesse era noto lippis et tonsoribus, e sarebbe stato inutile voler far apparire una cosa per l’altra.
  2. Nel ms.: «4 marzo [1794] in Boboli».
  3. 2. Boboli è il giardino del Palazzo reale in Firenze.
  4. 3. L’ultimo amico, dopo Don José d’Acunha e dopo il Gori-Gandellini. A chi, a cui.
  5. 4. Sulla Dora, a Torino: di questa malattia dell’Abate di Caluso non fa parola né l’Autobiografia, né l’epistolario.
  6. 12. Presto, pronto.
  7. 14. E se il Fato non mi concederà di dar la vita per te, certo non vorrò rimanere solo nel mondo, ma ti seguirò.
  8. Nel ms.: «23 ottobre, alle Cascine in fondo».
  9. 2. Ch’egli faceva oggetto de’ suoi lunghi desideri.
  10. 3. Diceva Orazio (Sat., I, 9):
    Nil sine magno
    Vita labore dedit mortalibus.