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128 rime varie


CXXIX [clxxv].1

Alla madre, che aveva perduto un figliuolo.

Misera madre, che di pianto in pianto
Vai strascinando la trista tua sera;2
E ad uno ad uno i figli amati tanto
4 Vedi acerbi ingojar da morte fera:3
Ad alte prove il tuo coraggio santo
Ponendo or va quei che a natura impera.4
Deh, che non ha mio inutil stame infranto,
8 Pria ch’orbarti di qual piú d’uopo t’era!
Io sol per tutti, io primo, ed io che il bramo,
Morir dovea; che gli altri avrianti almeno
11 Di nepoti accresciuto al tronco un ramo;
E per me mai non stringerai tu al seno
Un pargoletto, che a te sia richiamo,
14 A sperar quaggiú ancora un dí sereno.5


  1. «Da molto tempo non le ho scritto», cosí l’A. alla madre, in una lettera da Strasburgo del 15 ott. 1786, «e non ho ricevuto da lei delle sue nuove; ma ho però saputo le sue ultime afflizioni dall’Abate di Caluso. Mi spiace infinitamente per se stesso, e per il modo barbaro e terribile con cui le è accaduto sotto gli occhi materni, ciò che per le circostanze dovea almeno accaderle fuori di casa. L’ho sentito e lo sento vivamente; non dico niente per consolare il suo dolore, perché sono certo che nella di lei cosí vera e calda rassegnazione a Dio ella trova compenso a tutte le umane miserie, e tale che niuno argomento umano lo può mai agguagliare. Pure per dimostrarle ch’io dal profondo del cuore ho sospirato con lei e per lei, le acchiudo questo sonetto da cui ella conoscerà che per la sua felicità e contentezza terrena, avrei molto piú desiderato di esserle tolto io, che i suoi ultimi figli, che almeno stavano con lei ed assistevano e consolavano la sua vecchiaia, invece ch’io, misero me! le sono inutile affatto, e forse le sono piú assai dolore che consolazione». Il son. che l’A. inviava alla madre è quello surriferito e che era stato composto il 26 sett. 1786.
  2. 2. La trista tua sera, gli ultimi anni della triste tua vita.
  3. 3-4. «Ella ha successivamente in questo decorso di tempo perduto e il primo maschio del primo marito e la seconda femmina; cosí pure i due soli maschi del terzo, onde nella sua ultima età io solo di maschi le rimango; e per le fatali mie circostanze non posso star presso di lei; cosa di cui mi rammarico spessissimo; ma assai piú mi dorrebbe, ed a nessun conto ne vorrei stare continuamente lontano, se non fossi ben certo ch’ella e nel suo forte e sublime carattere e nella sua vera pietà ha ritrovato un amplissimo compenso a questa sua privazione dei figli». (Aut., I, 1°).
  4. 6. Quei che a natura impera, Iddio.
  5. 10-14. Nel 1769, il Conte Giacinto di Cumiana, cognato dell’A., gli propose un vantaggioso matrimonio con Enrichetta Roero di Pralormo, ed il Poeta, piú per interesse che per amore, vi avrebbe acconsentito, se l’animo della fanciulla non si fosse vòlto ad un altro giovine, che poi sposò, il Marchese Vittorio della Chiesa di Rodi. Nell’agosto dell’87, Monica stessa propose al figliuolo, per il tramite dell’Abate di Caluso, un altro partito, sperando forse con questo mezzo di scioglierlo dai lacci della Contessa d’Albany, ma il Poeta fece rispondere dall’abate di Caluso com’è facile immaginarsi. (Aut., IV, 17°), — Richiamo, invito.