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104 rime varie


E nel giocondo oblio di lieta sorte,1
8 Finto nome appellava ogni dolore.
Ma, dal punto fatal che svelto m’ebbe
Da sí dolce, serena, unica2 vita,
11 Ogni mio breve bene anco m’increbbe.3
Speranza invan del mio martír mi addita
Il fin, che lunge forse esser non debbe:
14 Timor mi afferra; e chi da lui mi aíta?


XCVIII.4

Era l’amico, che il destin mi fura,5
Picciol di corpo, e di leggiadre forme;
Brune chiome, occhi ardenti, atto conforme;6
4 E scritto in viso: Io son d’alta natura.
Liberissimo spirto in prigion dura
Nato, ei vi stava qual leon che dorme;7
Ma il viver nostro fetido e difforme8
8 Ben conoscea quell’alma ardita e pura.
Null’uom quasi apprezzando, (a dritto forse)
Nullo pur ne odïava; e a tutti umano,
11 Sol ben oprando ei stesso, i rei rimorse.9
Troppa era ei macchia al guasto mondo insano:10
Invidia, credo, i lividi occhi torse,11
14 E a Morte cruda lo accennò con mano.


  1. 7. E nella lieta dimenticanza che dà il sentirsi felice.
  2. 10. Unica, che non ha l’eguale.
  3. 11. I b che sovrabbondano in questo verso (breve, bene, increbbe) gli danno cattivo suono.
  4. Nel ms.: «30 ottobre. Tra S. Benedetto e Novi».
  5. 1. Fnra, ruba.
  6. 3. Atto conforme, all’ardor degli occhi.
  7. 5-6. Nel cit. dialogo La virtú sconosciuta: «Privato ed oscuro cittadino», dice il Gori, «nacqui io di piccola e non libera cittade; e, nei piú morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto né tentato di grande; ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti non mai vissuti, già già mi ha riposto l’oblio». L’immagine del leone che dorme parmi efficacissima a dimostrare quanto il Gori avrebbe potuto fare, se i tempi non gli fossero mancati.
  8. 7. Difforme, deforme.
  9. 11. Rimorse, rimproverò, biasimò.
  10. 12. La sua virtú era come una macchia fra gli uomini perversi del nostro tempo.
  11. 13. Il Tasso, di Plutone (Gerus. lib. IV, 1.):
    Contro i cristiani i livid’occhi torse.