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nota 261


I passi qui sopra citati sono sufficienti a mostrare che il primo editore non si è per nulla curato di questa redazione che rappresenta certamente una fase artisticamente piú incerta, in una verseggiatura piú diluita, tra le due stesure in versi, dell’Abele.

Questo primo editore con ogni probabilitá fu il Caluso; e come giá fece per le Rime, ritoccando e completando alcuni versi, cosí pubblicò alterato anche l’Abele. In tali rimaneggiamenti non si è appoggiato — come sopra dicevo — a documenti autografi diversi dal ms. Alfieri 23, ma ha seguito un suo criterio personale. Talvolta, come nel caso del ghiottoncello cambiato in ghiottarello, ha voluto reagire a una tendenza toscaneggiante che nell’Alfieri prende via via piú piede e provoca dissonanza con gli elementi classici e arcaici del linguaggio di scuola, da cui il travagliato poeta non riesce mai a liberarsi interamente. Qui nell’Abele, con proposito evidente fin dalla Prefazione, l’Alfieri si è un po’ piú abbandonato a un linguaggio piú semplice e disteso, piú toscano1. L’amico classicista — con qualche giustificazione generica se si considerano i precedenti dello scrittore, ma contravvenendo a un elementare principio critico — l’ha voluto riportare al suo stile abituale.

È strano caso — ma non insolito nelle nostre molto divagate lettere — che dal 1804 nessuno si sia preso il disturbo di vedere se l’edizione corrispondeva al chiarissimo autografo, giá predisposto per la stampa. Con questa mia revisione il testo viene dunque restituito per la prima volta alla lezione voluta dall’autore.


  1. Alludo alle sole parti drammatiche in versi sciolti. Nelle parti melodrammatiche è impacciatissimo e assolutamente stonato.