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222 abèle
  Avverso, ei fia la cote

  a cui si aguzzi l’oro
  della Virtú, che incontro a tutto puote:
  prospero, ei fia lo scoglio
  contro il qual romper denno
  il lieve umano senno,
  e il suo usato nocchier, l’umano orgoglio.
La voce d’Iddio1
  Qual ch’ei sia dunque, il destin vostro emana
  d’alto consiglio eterno.
  Volgi, volgi, al superno
  facitor d’ogni cosa umile il ciglio:
  e, rassegnato figlio,
  non muover mai la tua ragione insana
  a investigar cagion celeste arcana. —
Adamo Eva, adoriam, tremiamo; e, al pianger nati,
piangiamo: altro non resta. Omai, si sorga;
e d’iddio, qual ch’ei sia, l’alto volere
in silenzio si aspetti. Abbiam (pur troppo!)
disobbedito a Dio sola una volta.
Ma i nostri figli abbandonare intanto
noi non dobbiamo, ah no: ciò non comanda
né Dio mai, né il Destino. Andiam; si cerchi
di lor per tutto: vieni; uniti poscia
noi quattro in uno, aspetterem che tutti
il rio Destino a un tratto ci percuota.
Eva Oh figli nostri! or dove siete? Andianne
in traccia, sí. Deh, quai terrori e quanti
al cor materno misero fan guerra!



  1. Precedono, e sieguono, lampi e tuoni.