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atto quarto 159
il tuo labro appellavami? — Son io

desto, o vaneggio?
Ercole   Il ver tu vedi: io sono
Ercole, sí; giunto al tuo fianco in tempo.
Adméto Ah, che di’ tu, tardi giungesti: estinto
ogni mio ben per sempre...
Ercole   Il cuor rinfranca:
nulla narrarmi; il tutto so: confida,
non è morta ogni speme: amico sei
d’Ercole tu; d’Ercole amici, i Numi;
e un qualche Iddio quí forse ora mi spinse.
Io tel comando; spera.
Adméto   Oh detti! oh gioja!
Esser potria pur mai?... Redimer forse
dal fero Pluto la mia Alceste?... Un fuoco
vital dentro alle mie gelide vene
di nuovo avvampa ai detti tuoi. — Che dico?
Misero me! stolta e fallace ahi troppo
lusinga ell’è: Fato tremendo, eterno,
ch’il ruppe mai? né Giove il può...
Ercole   Son note
le vie d’Averno a me; tu il sai: per ora
io quí piú a lungo rimaner non deggio;
ma in breve, o Adméto, in questa soglia appunto,
mi rivedrai. Di piú non dico. Impongo
a te bensí, che né d’un passo pure
da questo regio limitar ti debbi
allontanare, anzi ch’io torni: il piede
né piú addentro innoltrar puoi nella reggia,
né fuor d’essa protrarlo. Infra non molto,
in questo loco stesso, io recherotti
non so ben qual, ma non leggier sollievo.
Adméto Almo eroe, deh concedi almen ch’io pria
al sovrumano valor tuo mi atterri:
pieno tu il cor m’hai di baldanza...
Ercole   Avravvi