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PARERE DELL’AUTORE 57


da nessun popolo si è venuto di slancio. Ci si arriva tardi o tosto, pigliando la strada vera, che è sempre una; ma se si travia, non si ritrova mai piú, fuorché riprincipiando da capo. Questo è lo stato presente dell’Italia teatrale.

Se una tragedia o commedia degna d’esser ben recitata si volesse vedere in palco meno straziata del solito, direi agli attori qualunque siano: Leggetela prima e capitela; poi studiatela, poi recitatela a me; e non siate frattanto solleciti di nessuna cosa al mondo fuorché della parte vostra: posato sempre il principio che costoro possano per la loro educazione e circostanze ben capire e sentire quel che diranno. Io ascolto la prima prova, senza rammentatore affatto; me la recitano a senso, adagio, e con buona pronunzia. Costoro non sono però buoni attori; ma son giá tali, che l’Italia finora non ha neppure idea di simili. Biasimo molte cose, e sento la seconda prova: ne biasimo molte altre piú; e successivamente sento e biasimo la terza, e la quarta, e la decima. Costoro non combattuti dalla necessitá, pieni di una certa emulazione fra loro, stimolati anco dalla vergogna, dopo dieci prove han fatto la parte talmente propria, han detto cosí adagio, e hanno perciò avuto talmente campo a riflettere a quel che dicono, che a poco a poco son venuti a segno di dirlo assai meglio. Finalmente vanno in palco, e son certamente ascoltati, perché recitano, e non cantano: sanno ottimamente la parte, e ne son pieni, perché la sanno. Una cosa che dicono bene, apre gli occhi agli spettatori su cento altre che dicono male; e lodandoli di quella, non possono a meno di non biasimarli di quest’altre. L’attore riflette dopo al piú o meno effetto ottenuto; ragiona, combina, varia, riprova; e cosí in capo di dieci recite, l’attore e lo spettatore si sono migliorati l’un l’altro, e ciascuno ha imparato un poco piú l’arte sua; e cosí pure l’autore, che fra gli spettatori standosi, deve aver visto tante piú cose che niuno degli altri. Ecco il teatro che vola alla perfezione: scuola viva per gli autori, emulazione fra gli attori, dispute e arrotamento d’ingegno fra gli uditori. S’impara il valor delle parole quando elle sono ben poste dallo scrittore, e ben recitate dall’attore; si esaminano i pensieri, si riflette, si ragiona, si giudica.

Ma il credere che in nessun’altra maniera si possa principiare quest’impresa, è errore. Son da venti anni, che i nostri comici, smettendo le magíe, gli Arlecchini, e i Brighelli, si son creduti entrare in riga di attori: ma hanno recitato delle composizioni