Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/47


RISPOSTA DELL’AUTORE 41


la di lei stima a segno di volersi estendere su queste mie produzioni prime, voglio, se è possibile, cercar d’accrescermela col dimostrarle che io a caso non ho mai operato.

E circa il Filippo risponderò da prima, che non ho voluto mai schiarire nel corso di quella tragedia l’accusa del parricidio dal padre apposto al figliuolo, per due ragioni: prima, perché dal totale carattere e di Carlo, e di Filippo mi parea che troppo chiaramente risultasse ai leggitori e spettatori, che Carlo era innocente di tale orribile misfatto: seconda, e a parer mio piú forte, che volendo io a Filippo dare per l’appunto quel feroce e cupo carattere del Tiberio di Tacito, non poteva io meglio il mio intento ottenere, che spandendo moltissima oscuritá, dubbiezza, contraddizione apparente, e sconnessione di ordine di cose in tutta la condotta di Filippo. Ed in fatti, pare che l’imprigionare egli il figlio dovesse precedere, e non seguire, il Consiglio; tuttavia da questo disordine stesso ho voluto trarne una delle pennellate piú importanti del carattere di quell’inaudito padre, che mescendo il vero col falso, e valendosi del verisimile come vero, pervenne pure ad offuscar talmente l’intelletto de’ suoi contemporanei, che la morte violenta di Carlo da alcuni è negata, da altri stimata giusta e meritevole. Onde, benché nessuno tra gli spettatori o lettori del mio Filippo possa credere veraci le accuse tutte che egli intenta o fa intentare contro al figlio, pure il non vederci bene interamente chiaro, mi pare una delle piú importanti cose per chi avuto ha ben due ore innanzi agli occhi quello enimmatico mostro. A quella mutazione poi, che ella mi suggerisce per l’atto quinto, ho pensato profondamente; e dalle mie riflessioni mi risulta ciò che ella stessa ha pure accennato; che forse non sarebbe tollerato in teatro un padre compiacentesi dello spettacolo del figlio e moglie svenati da lui. Tuttavia, se io ne fossi persuaso, lo farei; ma non lo sono, perché mi pare d’aver supplito con un tratto di ferocia, non forse minore, atteso il momento in cui vien detto, ma piú sopportabile che non sarebbe lo insultare ai morenti. Ella noti, che Filippo chiude la tragedia con cinque versi, di cui i primi tre sarebbero una dramma di pentimento; e questi gli ho messi per denotare che Filippo, benché scelleratissimo, pure era uomo: necessaria cosa a toccarsi, per non uscir di natura. Poi m’importava di mostrarlo infelice; e non si è tale, che per lo stimolo fierissimo dei rimorsi. Poi m’importava di finire con un tratto caratteristico suo; perciò, dopo quel leggerissimo pentimento del tanto sangue sparso, gli ho posto in