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atto terzo 355

t’è men caro d’Oreste?

Pilade  Or, che favelli?
che fai? con vani, ed importuni detti
di madre il pianto esacerbare ardisci?
Lasciala; vieni; il lagrimare, e il tempo,
sollievo solo al suo dolore...
Oreste  Egisto
alleviar gliel può.
Pilade  Vieni: togliamci
dal suo cospetto, che odiosi troppo
noi le siam fatti omai.
Cliten.  Poiché la piaga
mi festi in cor, tu d’ampliarla, crudo,
godrai: narrami or come, dove, quando
cadde il mio figlio. — Oreste, amato Oreste,
tutto saper di te vogl’io; né cosa
niuna udir piú, fuor che di te.
Oreste  Lo amavi
tu dunque molto ancora?
Cliten.  O giovinetto,
non hai tu madre?
Oreste  ... Io?... L’ebbi.
Pilade  Oh ciel! Regina,
soggiacque al fato il figliuol tuo: la vita...
Oreste Non gli fu tolta da nemici infami;
ai replicati tradimenti atroci,
no, non soggiacque...
Pilade  E ciò saper ti basti.
Chi ad una madre altro narrar potrebbe?
Oreste Ma, se una madre udir pur vuole...
Pilade  Ah! soffri,
che la storia dolente al re soltanto
si esponga appien da noi.
Oreste  Godranne Egisto.
Pilade Troppo dicemmo; andiam. Pietá ne vieta
di obbedirti per or. — Seguimi: è forza,
è forza al fin, che al mio voler t’arrendi.