Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/340

334 oreste

Ma, viva gioja di Tieste al figlio

fia, il veder lagrimar figli d’Atréo.
Cliten. O figlia,... ei m’è consorte. — Egisto, ah! pensa
ch’ella m’è figlia...
Egisto  Ella? d’Atride è figlia.
Elet. Costui? d’Atride è l’uccisore.
Cliten.  Elettra!...
Egisto, abbi pietá... La tomba... vedi,
la orribil tomba,... e non sei pago?
Egisto  O donna,
men da te stessa omai discorda. Atride,
di’, per qual mano in quella tomba giace?
Cliten. Oh rampogna mortal! Ch’altro piú manca
alla infelice misera mia vita?
Chi mi vi ha spinto, or mi rimorde il fallo.
Elet. Oh nuova gioja! oh sola gioja, ond’io
il cor beassi, or ben due lustri! Entrambi
vi veggio all’ira, ed ai rimorsi in preda.
Di sanguinoso amore al fin pur odo,
quali esser denno, le dolcezze: al fine
ogni prestigio è tolto; appien l’un l’altro
conosce omai. Possa lo sprezzo trarvi
all’odio; e l’odio a nuovo sangue.
Cliten.  Oh fero,
ma meritato augurio! oh ciel!... Deh,... figlia...
Egisto Sol da te nasce ogni discordia nostra.
Ben può una madre perder cotal figlia,
né dirsi orba per ciò. Potrei ritorti
quant’io mal diedi a’ preghi suoi; ma i doni
io ripigliar non soglio: il non vederti,
basta alla pace nostra. Oggi n’andrai
del piú negletto de’ miei servi sposa;
lungi con lui ne andrai: fra lo squallore
d’infame povertá, dote gli arreca
le tue lagrime eterne.
Elet.  Egisto, parli
tu d’altra infamia mai, che di te stesso?