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atto quarto 317

che men gradita a te mi rende...

Agam.  Oh cielo!
Cassandra? O donna, or che mi apponi? e il credi?
Dell’arsa Troja (il sai) fra noi divise
le opíme spoglie, la donzella illustre,
cui patria e padre il ferro achivo tolse,
toccava a me. Di vincitor funesta,
ma usata legge, or vuol che in lacci avvinta
io la strascíni in Argo: esempio tristo
delle umane vicende. Io di Cassandra
ben compiango il destino; ma te sola
amo. Nol credi? a te Cassandra io dono,
del vero in prova: agli occhi miei sottrarla
tu puoi, tu farne il piacer tuo. Ti voglio
sol rimembrar, ch’ella è di re possente
figlia infelice; e che infierir contr’essa
d’alma regal saria cosa non degna.
Cliten. Non l’ami?... Oh ciel!... me misera!... tanto ami
tu me pur anco? — Ma, ch’io mai ti tolga
tua preda? Ah! no: ben ti s’aspetta: troppo
tempo e sudor ti costa, e affanno, e sangue.
Agam. Cessa una volta, cessa. Or via, che vale
accennare, e non dir? Se un tal pensiero
è quel, che t’ange; e se in tuo cor ricetto
trovan gelosi dubbj, è da radice
giá svelto il martir tuo. Vieni, consorte;
per te stessa a convincerti, deh! vieni,
che Cassandra in tua reggia esser può solo
la tua primiera ubbidíente ancella.