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298 agamennone

ella è, pur troppo! in lei di gioja raggio

piú non tornò dal dí funesto, in cui
tu fosti, o padre, ad immolar costretto
tua propria figlia alla comun salvezza.
In cor di madre a stento una tal piaga
sanar si può: non le han due interi lustri
tratto ancor della mente il tuo pietoso,
e in un crudel, ma necessario inganno,
per cui dal sen la figlia le strappasti.
Agam. Misero me! Per mio supplizio forse,
ch’io il rimembri non basta? Era io di lei
meno infelice in quel funesto giorno?
Men ch’ella madre, genitor m’era io?
Ma pur, sottrarla a imperversanti grida,
al fier tumulto, al minacciar di tante
audaci schiere, al cui rabbioso foco
era un oracol crudo esca possente,
poteva io solo? io sol, fra tanti alteri
re di gloria assetati e di vendetta,
e d’ogni freno insofferenti a gara,
che far potea? Di un padre udirò il pianto
que’ dispietati, e sí non pianser meco:
ch’ove del ciel la voce irata tuona,
natura tace, ed innocenza il grido
innalza invan: solo si ascolta il cielo.
Elet. Deh! non turbar con rimembranze amare
il dí felice, in cui tu riedi, o padre.
S’io ten parlai, scemar ti volli in parte
lo stupor giusto, che in te nascer fanno
gli affetti incerti della madre. Aggiungi
al dolor prisco, il trovarsi ella in preda
troppo a se stessa; il non aver con cui
sfogar suo cor, tranne i due figli; e l’uno
tenero troppo, ed io mal atta forse
a rattemprar suo pianto. Il sai, che chiusa
amarezza piú ingrossa: il sai, che trarre