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LETTERA DI RANIERI CALZABIGI 23


può stimarsi inverisimile; e tanto piú, che non prende alcuna misura contro una violenza del figlio, troppo facile a supporsi. La sua soverchia fidanza non può sicuramente fondarla Creonte sulla magnanimitá d’Emone: né il figlio sará, in un certo e possente riguardo, meno virtuoso, se colla forza che adoprar gli si concede, salva l’amata dalla morte, e se impedisce al padre di commettere un nuovo odioso delitto.

Eccomi all’ultima tragedia. Se bene, come spiegato mi sono, le tre precedenti mi sembrino bellissime, a questa mi sento inclinato a dare la preferenza. È piena della vera educazione, del vero spirito romano di quel tempo. Non è incorso ella, signor Conte riveritissimo, nell’errore preso da altri poeti, di far pensare e parlare i suoi personaggi di un’epoca, come parlavano e pensavano quelli di un’altra diversa. A me sembra che Corneille sia caduto in questo difetto ne’ suoi Orazj, perché attribuisce ai Romani, allora sudditi d’un re, l’amore per la patria, e l’energia pubblica dell’etá de’ Gracchi.

Nella sua Virginia mi sento trasportare al tempo dei decemviri. I suoi Romani, uomini e donne, son quelli che né pur quest’ombra di servitú vollero sopportare; sono,

Devota morti pectora liberae;

e pensano, e ragionano su questo principio.

Grandi e vivi sono i ritratti, ch’ella vi ha disegnati e coloriti. Icilio, giá tribuno predominante nelle popolari adunanze, spiega la stessa licenza di prima; licenza concedutagli dalle leggi, dal costume, e avvalorata dalla sua passione per Virginia, dall’odio contro il patriziato, dalla libertá tribunizia. Virginio, educato al campo, non nel foro, avvezzo alla disciplina militare, è piú moderato verso chi, secondo le promulgate leggi, ha un imperio; ma, ove si tratta di perdere la libertá, è audace non meno, non meno risoluto. Virginia e Icilio si amano, ma alla romana; però le loro tenerezze partecipano sempre del caratteristico patrio; né si veggono in quelle le sdolcinate espressioni, non romane, ma romanesche, delle Marzie, delle Servilie, delle Vitellie, delle Sabine, che incontriamo ne’ drammi musici. Appio è colui, in cui deve andare a ferire l’odiositá di Roma, e giustificare la magnanima risoluzione che vi si prende di abolire il decemvirato. Egli è però tratteggiato da far nascere abborrimento: è ambizioso, parziale, malvagio; abusa