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atto primo 281

del vostro prisco amore, Elettra, Oreste;

pegni a pace novella: al raggiar suo
dileguerassi, come al sole nebbia,
il basso amor che per me in petto or nutri.
Cliten. ...Mi è cara Elettra, e necessario Oreste,...
ma, dell’amata Ifigenía spirante
mi suona in cor la flebil voce ancora:
l’odo intorno gridare in mesti accenti:
ami tu madre, l’uccisor mio crudo?
Non l’amo io, no. — Ben altro padre, Egisto,
stato saresti ai figli miei.
Egisto  Potessi,
deh, pure un dí nelle mie man tenerli!
Ma, tanto mai non spero. — Altro non veggio
nell’avvenir per me, che affanni, ed onta,
precipizj, e rovina. Eppur quí aspetto
il mio destin, qual ch’egli sia; se il vuoi.
Io rimarrò, finché il periglio è mio;
se tuo divien, cader vittima sola
ben io saprò di un infelice amore.
Cliten. Indivisibil fare il destin nostro
saprò ben io primiera. Il tuo modesto
franco parlar vieppiú m’infiamma: degno
piú ognor ti scorgo di tutt’altra sorte. —
Ma Elettra vien; lasciami seco: io l’amo;
piegarla appieno a tuo favor vorrei.


SCENA TERZA

Elettra, Clitennestra.

Elet. Madre, e fia ver, che il rio nostro destino

a tremar sempre condannate ci abbia;
e a sospirar, tu il tuo consorte, invano,
io ’l genitore? A noi che giova omai
l’udir da sue radici Troja svelta,