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20 LETTERA DI RANIERI CALZABIGI


I sospetti del tiranno re dominano la scena: sono messi in moto, e maneggiati con maestria; sono il nodo che intreccia e scioglie l’azione, come nel Mitridate di Racine.

Ma in questo, con un artifizio troppo volgare, si degrada il re per penetrar nell’animo della troppo amorosa e poco accorta Monima. Le propone di fare a lei sposare il suo figlio Zifares ch’ella ama; amore di cui il geloso Mitridate è insospettito. Questa proposizione glie la fa quasi subito dopo che le ha esagerata la sua passione per lei, e le ha annunziati imminenti i suoi proprj sponsali con essa. Monima ha dunque piú motivi di non fidarsi della compiacente proposta del re: onde mi par difetto di giudizio il farla cosí subito cadere nel laccio che se le tende; laccio, che a lei doveva necessariamente essere visibile. Dal fervore dell’amor di Mitridate giá noto, e di recente novamente palesato a Monima, alla condescendenza di cederla ad altri, non v’è gradazione insensibile, ove appoggiare una scusa a tanta semplicitá1. Questa semplicitá, se si consideri il carattere di Monima, è puramente dal poeta in quella scena supposta ad arbitrio suo, a suo comodo, e non verisimile. Meglio assai pensato è l’inganno del Filippo. Non vi si tratta di cedere Isabella a Carlo giá figliastro suo, ma di consultarla sulla di lui condotta; onde molto meno può in lei nascere dubbio e diffidenza. Né al tentativo che fa Filippo sul cuore della regina, malgrado l’intervento dell’amato Carlo, ella si palesa con dabbenaggine, come Monima in Racine al geloso Mitridate. Qualche suo movimento involontario può bene accrescergli i gelosi sospetti; ma questi non sono una prova compita de’ di lei amori col principe: lo scoprimento n’è riservato al finto, astuto, e perverso Gomez, nel momento terribile che le asserisce essersi giá pronunziata sentenza di morte contro il suo amante, che con tanta ipocrisia e malizia compiange. È però assai piú naturale, assai piú verisimile l’artifizio.

Avrei, per altro, desiderato che fosse meglio sviluppata l’accusa del re contro il figlio d’averlo voluto trucidare. Non ben si rileva, se l’attentato sia fondato sul vero, o se sia puro pretesto del padre per rendere il principe reo ed odioso. Se non è che un

  1. Si osservi che Mitridate mette in campo, parlando della sua passione a Monima, e l’etá sua cadente, e le sue disgrazie, per provarle quanto ei l’ama: e poi torna a parlarne, e le adduce per i ragionevoli motivi che lo obbligano a cederla al figlio. Questo solo poteva bastare alla donzella per metterla in diffidenza.