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atto terzo 251

a scontar l’abbia. Se a misfatto in Roma

ai cittadini l’aver figlie è ascritto,
reo ne voglio esser primo; esserne primo
emendatore io vo’. Libera Roma
era in quel dí, ch’io diveniati sposo;
libera il dí, ch’unico pegno e certo
di casto amor Virginia mia mi davi;
mia, sí; pur troppo! Delle patrie leggi
nata e cresciuta all’ombra sacra, o figlia,
eri mia sola speme: eran custodi
dell’aver, delle vite, ed onor nostro,
i magistrati allora: or ne son fatti
i rapitori?... Ah! figlia,... il pianto frena;...
Deh! non sforzarmi a lagrimar. — Non ch’io
indegno estimi di roman soldato
il lagrimar, quando il macchiato onore,
le leggi infrante, la rapita figlia,
strappan dal suo non molle core il pianto;...
ma, col pianger non s’opra.
Virg.a  Ed io, se nata
del miglior sesso fossi, io figlia tua,
a chi nomarmi ardisse schiava, oh! pensi
ch’io risposta farei con pianto imbelle?
Ma, donna, e inerme sono; e padre, e sposo,
e tutto io perdo...
Icilio  Nulla ancor perdesti.
Speme non è morta del tutto ancora:
in tua difesa avrai la plebe, il cielo,
e noi: se invan; se non ti resta scampo,
che di perir con noi,... tremando io il dico,...
E i genitori tel dicon tacendo,...
Tu con noi perirai. Tua nobil destra
io t’armerò del mio pugnal, grondante,
caldo ancor del mio sangue: udrai l’estreme
libere voci mie membrarti, ch’eri
figlia di prode, libera, Romana,