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e piú furor che il mio non è, trarrai

dal pianto loro; e ch’io t’avrò compagno
a qualsivoglia impresa.


SCENA TERZA

Numitoria, Virginia, Icilio, Virginio.

Numit.  Oh!... s’io ben veggio..

No, non m’inganno; è desso, è desso; oh gioja!
Virginio!
Virg.a  Padre!
Virg.o  Oh ciel!... Figlia,... e fia vero?...
Consorte!... al sen vi stringo? Oimè... mi sento
mancar...
Virg.a  Ti abbraccio sí, finché nomarti
padre a me lice.
Numit.  Ansie di te, dubbiose
del tuo venir, n’era ogni stanza morte.
Quindi t’uscimmo impazienti incontro...
Virg.a Sollecite, tremanti. Almen lontana
or non morrò da te. Piú non sperava
di rivederti mai.
Icilio  Misero padre!
Non che parlar, può respirare appena.
Numit. Questo è ben altro, che tornar dal campo,
qual ne tornasti tante volte e tante,
vincitor dei nemici. A terra china
veggio pur troppo la onorata fronte,
d’allori un dí, carca or di doglie, e d’atri
pensier funesti: or sei ridotto a tale,
che né moglie, né figlia (amati pegni,
per cui cara la gloria e il viver t’era)
or non vorresti aver tu avute mai.
Virg.o ... Donne; non duolmi esser marito, e padre;
grande è dolcezza, ancor che amaro molto