Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/244

238 virginia

Icilio Giudizio è questo, e non si ascoltan parti?

Ciò che a null’uom si vieta, ad una madre
vietar vuoi tu?
Appio  Vuoi tu insegnarmi forse
a giudicar, perché tribuno fosti?
Io pur privato, qual tu sei, pietade
potria sentir, di madre e figlia al nome;
ma, in questo seggio non si ascolta affetto:
né al pianto quí, né alle minacce stolte,
ma sol dar fede alla ragion conviensi.
Del chieditor le prove pria, la madre
verace, o falsa, udire io deggio poscia.
Forza di legge ell’è:... ma voi la speme
non riponeste or nelle leggi; io ’l veggo.
Icilio Leggi udir sempre risuonar quí densi,
or ch’è di pochi, ogni voler quí legge?
Ma poiché addurle chi le rompe ardisce,
addur di legge anch’io vo’ gli usi; e dico
che della figlia giudicar non lice,
s’anco il padre non v’è.
Popolo  Ben dice: il padre
è necessario.
Marco  Non è conscio il padre,
vel dissi io già, della materna fraude.
Icilio. Ma della vostra io ’l sono; e, se non cessi
tu dall’impresa tosto, or tosto udrammi
Roma svelar gli empj maneggi vostri.
Appio Taci, Icilio. Che speri? in chi t’affidi?
Nel mormorar sedizioso forse
di pochi, e rei, che al tuo parlar fan plauso?
Folle, oh quanto t’inganni! A me sostegno
io son; sol io: l’amor ne’ tuoi fautori,
al par che l’odio, è inefficace e lieve. —
La plebe sí, ma non gli Icilj, estimo;
me il lor garrir non move; ira non temo,
e rie lusinghe di tal gente io sprezzo.