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atto terzo 145

Polin.  Al par mi affido in Tebe

a chi mi abborre, ed a chi m’ama... Oh crudo
dubbio, per cui, pur di me stesso incerto,
tremante io vivo! Io non ho regno, e tutte
di re le smanie provo; il rio sospetto,
il vil terror, la snaturata rabbia.
Oh del mio cor non degni, orridi affetti,
cui non conobbi io pria! perché voi tutti
sento in me tutto? In Tebe altro piú vero
tiranno v’ha: l’empio suo petto stanza
miglior vi fia; lui, lui squarciate a gara:
pace non goda ei fra delitti; pace,
che a me si vieta.
Antig.  Placati; ci ascolta:
di madre il cor col tuo parlar trafiggi.
Quanto piú mai figlio e fratel si amasse,
ti amiamo entrambe.
Gioc.  In te rientra; io voglio
pure obliar tuoi rei sospetti. Ah! nulla
tacer mi dei; parla, figliuol; ti stringa
di me pietá. L’orrido arcano svela,
che nel petto rinserri: io forse...
Polin.  Oh madre!...
Custodirlo giurai: sacra ho la fede:
pria che spergiuro, estinto. — In Tebe strana
virtú parrá: tal non mi par: di Tebe
non vo’ i suffragj; i miei vogl’io.
Gioc.  Giurasti
a un tempo il morir mio? Perfido, il voto
adempi; taci; e mille morti e mille
dammi, non ch’una: incerto lascia il core
di palpitante madre; ella non sappia
qual serberá, qual perderá de’ figli:
niegale tu d’ambo salvargli il mezzo.
Antig. Piú antico e sacro è di natura il dritto,
e invíolabil piú.


 V. Alfieri, Tragedie - I. 10