Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/146

140 polinice

di tutti sempre.

Gioc.  A noi sfuggire intento
ognor mi par, da che il fratello ei vide:
che mai pensar degg’io?
Antig.  Pensar, pur troppo!
ch’odio ei cova, e rancore, e sangue, e morte,
nel simulato petto.
Gioc.  A mal tu torci
ogni suo moto. Ei non ingiusti patti
in somma chiede: e se a’ miei preghi, e a dritta
ragion (qual dianzi mel promise ei quasi)
oggi il fratello assediator si arrende;
non veggio allor, qual mendicar pretesto
potrebbe il re, per non serbar sua fede.
Antig. Pretesti al re, per non serbar sua fede,
mancaron mai? Se Polinice il seggio
non dá per sempre ad Eteócle, indarno
pace tu speri. Il solo trono omai,
se celar no, può d’Eteócle alquanto
l’animo atroce colorar: quindi egli,
parte di se miglior, vita seconda,
reputa il trono.
Gioc.  Eppur, mostran suoi detti,
che piú di re la maestá gli cale,
che il regno: in somma, le minacce prime
da Polinice usciro.
Antig.  Offeso ei primo. —
Dissimulare invitto cor gli oltraggi
seppe giammai? D’ira, ma regia, pieno,
fervidamente Polinice esala
co’ detti il furor suo: ma l’altro tace;
tace, e dattorno immenso stuol gli veggo
di consiglieri, onde ritrarre al certo
alti non può né generosi sensi.
Iniqui vili havvi quí assai, che solo
aman se stessi; a cui, né il nome è noto