Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/141


atto secondo 135

sceglier tuo danno, e il nostro?

Polin.  E certo è il danno?
Creon. Di’: conosci Eteócle?
Polin.  Il so; mi abborre,
quanto ama il trono, e piú; ma parmi, o forse
lusinga ell’è, che mal suo grado io trarlo
a generoso oprar con generosi
modi potrò: vergogna anco può molto;
Tebe avremo, e la madre, e Adrasto, e il mondo
quí testimonj oggi fra noi...
Creon.  Ma, i Numi
nol fur giá pria? Che parli? e madre, e Numi
schernisce l’empio, e Adrasto, e Tebe, e il mondo.
Mi è forza omai chiaro parlarti. — Stringe
spergiuro re con ferrea man lo scettro
di Tebe: orror di tutti, e vita e regno
avria perduto ei giá, se in sua difesa
non vegliasse il terrore. Ultima speme
eri ai Tebani tu: l’oppresso volgo
termine a’ mali suoi quel dí credea,
che te piú mite risalir vedrebbe
sul soglio avíto... Or, che sperar?... Quel giorno
mai non verrá.
Polin.  Mai non verrá? Fia questo,
fia questo il dí.
Creon.  Forse, fia questo... Ahi giorno!...
Prence infelice!... Altri ti usurpa il seggio;
né il riavrai, finch’egli ha vita. — Ah! credi;
giá ti si ascrive il chiederlo, a delitto:
giá...
Polin.  Qual raccendi in me furor novello,
quando a gran pena a mitigar l’antico
io cominciava?
Creon.  Il re giurò poc’anzi,
ed io l’udii, ch’ei non morria che in trono.
Polin. Ma spergiurar suol egli; e fia spergiuro