Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/137


atto secondo 131



SCENA QUARTA

Giocasta, Polinice.

Polin. E il tuo voto si adempia: ira del cielo

piombi sul capo mio, se in me sincero
non è il desio di pace!...
Gioc.  Amato figlio,
creder tel deggio?
Polin.  Madre, altro non bramo,
che risparmiare il teban sangue; ed altro
non brama Adrasto. È ver, che ad Argo il piede,
bench’io il volessi, ei volger niegherebbe,
se pria tener non mi vedesse in Tebe
l’avíto scettro.
Gioc.  Oimè! Primier tu dunque
ceder non vuoi?
Polin.  Nol posso.
Gioc.  A te chi ’l vieta?
Polin. Prudenza.
Gioc.  In me non fidi?...
Polin.  In lui, non fido:
giá m’ingannò.
Gioc.  Se disgombrar tu nieghi
Tebe dall’armi, io crederò che fama
di te non mente; e che, a rovina nostra,
con Adrasto novelli empj legami
di sangue hai stretti; e che funesta dote
tu richiedesti al suocero, la guerra.
Polin. Duro mio stato! Il cor squarcianmi a gara
quindi la sposa, e il fanciul mio, piangenti,
che amaramente dolgonsi del loro
tolto retaggio; quinci alta pietade,
madre, di te mi stringe, e dell’afflitta
egra patria tremante... Eppur, deh! pensa;
ben tel vedi; che pro, s’io rimandassi