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Creon. Io tel ridico, acquetati: fra tante

armi, desir di piú sincera pace
mai non si vide. Ecco Eteócle; ah! compi
l’impresa tu, cui buon principio io diedi.


SCENA SECONDA

Giocasta, Eteocle.

Gioc. Giunto è l’istante, o figlio, ove l’un l’altro,

senza rancore, al mio cospetto, esporre
sue ragioni dovrá. Giudice fammi
tra voi natura. Io, piú d’ogni altri, in core
io far ti posso risuonare addentro
quel sacro nome di fratel, che omai
piú non rammenti.
Eteoc.  E sel rammenta ei meglio?
fratello egli è, qual cittadin; fratello,
qual figlio egli è, qual suddito: del pari
ogni dovere ei compie.
Gioc.  Ogni dovere,
meno il dover di suddito, ti lice
annoverare. A lui tuo giuro espresso
te fa suddito; eppure, io re ti veggio. —
Nell’udirti appellar suddito, fremi?
Ma dimmi, di’; piú chiaro è il titol forse
di re spergiuro?
Eteoc.  E re sprezzato, or dimmi,
titol non è piú infame? Omai, chi sciolto
hammi dal giuro, se non l’armi sue?
Io libero giurai; libero voglio,
non a forza, attenere. Il mal difeso
trono ov’io mai per mia viltá lasciassi,
come ardirei ridomandarlo io poscia?
Gioc. Giá il tuo valor, giá la fierezza è nota;
fa, ch’or lo sia la fede. Ah! di feroci