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Gioc.  Poco finor pietosi

al padre, è ver; tra lor crudi fratelli;
deh! che non sono alla lor madre iniqua
nemici, a miglior dritto? In me null’altra
pena è che il duol, scarsa al mio orribil fallo.
In trono io seggo, e l’almo sole io veggio,
mentre infelice ed innocente Edippo,
privo del dí, carco d’infamia, giace
negletto; e lo abbandonano i suoi figli:
forza è, per lor, che doppio orrore ei senta
d’esser de’ proprj suoi fratelli il padre.
Antig. Lieve aver pena a paragon d’Edippo,
madre, a te par: ma da sue fere grotte
bench’or pel duolo, or pel furore, insano,
morte ogni dí ben mille volte ei chiami;
benché in eterne tenebre di pianto
sepolti abbia i suoi lumi; egli assai meno
di te infelice fia. Quel, che si appresta,
spettacol crudo in questa reggia, ascoso
gli sará forse; o almen co’ paterni occhi
ei non vedrá ciò che vedrai; gl’impuri
empj del vostro sangue avanzi feri
distruggersi fra loro. Al colmo giunti
giá son gli sdegni; e in lor qual sia piú sete,
se di regno, o di sangue, mal diresti.
Gioc. Io vederli... fra loro?... Oh cielo!... io spero,
nol vedrò mai. Viva mi tiene ancora
il desir caldo che nel core io porto,
e l’alta speme, di ammorzar col pianto
quella, che tra’ miei figli arde, funesta
discorde fiamma...
Antig.  E ten lusinghi?... Oh madre!
Uno è lo scettro, i regnator son duo:
che speri tu?
Gioc.  Che il giuramento alterno
si osservi.