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libro ii - capitolo vii
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Se dunque il letterato, uomo per sé privatissimo e oscuro, senza nessun’altra potenza né autoritá che quella del proprio ingegno; se il letterato osa pur concepire il sublime disegno di voler da sé solo persuadere gli uomini, rettificare i loro pensieri, illuminarli, difenderli, dilettarli, convincerli e far forza ai piú; chiara cosa è ch’egli dovrá aggiungere al molto ingegno naturale, alla dottrina necessaria e bastante al soggetto, al caldo e puro parlare, una altissima stima di se stesso; e non solamente la stima del proprio ingegno, ma della illibatezza dell’animo, del severo costume, della virtuosa e libera sua vita, non contaminata (per quanto si può) da nessuna macchia di timore, di dipendenza né di viltá. Che se egli non si reputa e conosce per tale, come ardirá lo scrittore insegnar la virtú, che non ha praticata? altro non sarebbe che uno svergognare e condannare se stesso. Ma, se egli tal non si reputa, come potrá egli tale mostrarsi? Lo scrittore crede, e pretende, di parlare a tutti. Uno scrittore onorato non dée commettere alla carta veruna cosa che egli, in savia e ben costituita repubblica, non ardirebbe pronunziare di bocca ad un popolo intero. Non dée dunque mai porre in iscritto cosa che non creda esser vera e retta; e che, come tale, non segua primo egli stesso, per quanto è possibile.

Una moderna opinione, sfacciata ad un tempo e timida e vile, asserisce che il lettore dée giudicare il libro e non l’uomo. Io dico e credo, e facile mi sarebbe il provare, che il libro è, e deve essere, la quintessenza del suo scrittore; e che, se non è tale, egli sará cattivo, debole, volgare, di poca vita e di effetto nessuno. Ed eccone rapidamente le prove.

A voler fare vivamente sentire altrui, bisogna che vivissimamente senta lo scrittore egli primo; non si può mai fortemente esprimere ciò che debolmente si sente; un pensiero espresso debolmente, perché non è fortemente sentito da chi il concepisce, non potrá mai fare neppure una mediocre impressione in colui che lo legge. Da queste tre veritá, parmi che ne risulti una quarta: che se lo scrittore non è intimamente persuaso di ciò ch’egli dice, non persuaderá né commoverá mai nessuno; e quindi sará per lo meno inutile il suo libro.

 V. Alfieri, Opere - iv. 11