Pagina:Alessandro Volta, alpinista.djvu/84

78 il volta alpinista


tolo passò con valore nobiliare a’ suoi discendenti1. Ma se la denominazione suggerita dal Volta rimane come un voto inadempiuto del suo carme, essa serve ancora più a testimoniare quanto grande fosse l’affetto e la stima che il fisico poeta nutriva per l’amico e pel collega di Ginevra, e fa nascere il desiderio che gli alpinisti, i quali non mancarono di rendere in altri modi omaggio al rivelatore delle Alpi, si ricordino anche del Volta, intitolando al suo nome qualche bella punta del vasto diadema. Nel gruppo del San Gottardo non si potrebbe, per esempio, dare il nome del Volta alla punta di Fieudo da lui salita?

Specialmente i colleghi di Como dovrebbero pensare ad un ricordo di questo genere, tanto più che il Volta conservò sempre vivissimo amore per le montagne del Lario, che spesso percorse per ragioni di studio o per semplice diletto. Quand’era fanciullo girò per ogni verso i monti che sovrastano a Gravedona, nella qual borgata, storicamente illustre, si trovava in villeggiatura la sua famiglia. Durante i suoi studî sulla composizione dell’aria dei monti e delle pianure, si portò sovente a fare esperienze in luoghi elevati, ed in un manoscritto, in data 1777, che si conserva presso l’Istituto Lombardo, accenna a simili ricerche eseguite sovra «una montagna altissima» del lago di Como. Onde a ragione l’amico Giambattista Giovio (Poliante Lariano), nel suo Commentario su Como ed il Lario (Como, Ostinelli, 1795), lo eccitava, con le parole seguenti, a mettere fuori una bella illustrazione dei monti lariani: «In questi ultimi tempi i monti nostri salirono finalmente alla gloria d’aver fisici e naturalisti e botanici, che v’impiegarono gli studî loro, ma fra tanti pure niun s’accinse a darne una storia compiuta. E perchè non se ne sente al cuore l’onorato sprone, onde insignorirsene, il chiarissimo patrizio nostro don Alessandro Volta? Ben escirebbe allor cosa, che non sol rimbombasse co’ nomi strani di quarzo e spath, onde l’illustre Francesco Venini, benchè pieno di filosofia il petto e la lingua, pur gentilmente mordica l’età nostra nella satira quarta. Cosa escirebbe, lusingomene, innanzi cui tacerebbero forse certi eleganti, che ci sfasciano il mondo e il rifanno, sprofondan vallee, ergon giogaie, rotolan rupi di graniti intiere, e sedendosi al fresco, sotto a un bel raggio di luna, dentro ameno giardino, favellano di Mongibelli, ovvero presso a lucido camin carrarese s’intertengono sulle eterne

  1. Parimenti fu dato il soprannome di Marie du Mont-Blanc a Maria Couttet, ragazza di Chamonix e parente del capo di quelle guide, Simone Couttet — la prima donna che s’arrischiò a salire il gran monte.