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erano generosi, e capaci di un atto magnanimo, e di uno stimolo nobile.

Per un buon pezzo un cupo silenzio, che esprimeva meglio di qualsivoglia discorso, regnò in quella brigata, che in modo sì impreveduto avea fatto passaggio dalla calma e dalla gioia all’ansietà ed al terrore.

Donna Lauriana e Isabella, prostrate, rendevano grazie a Dio del benefizio ricevuto; Cecilia ancora tutta compresa di spavento, appoggiavasi al petto di suo padre, baciandogli la mano con tenera effusione; l’Indiano, umile e sommesso, affisava lo sguardo pieno di ammirazione nella fanciulla che avea salvata.

Alla fine don Antonio, passando il braccio sinistro alla cintola di sua figlia, andò alla volta del selvaggio, e con nobile gesto gli stese affabilmente la mano: l’Indiano chinossi e baciò la mano del fidalgo.

— Di che nazione sei? gli dimandò il cavaliere in lingua guarany.

— Goytacaz: rispose il selvaggio levando il capo con un gesto altero.

— Come ti chiami?

— Pery, figlio di Arare, il primo della sua tribù.

— Io sono un fidalgo portoghese, un Bianco, nemico della tua razza, conquistatore della tua terra; ma tu salvasti mia figlia; ti offro la mia amistà.

— Pery accetta; tu già gli eri amico.