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Il frate passò la notte in veglia, meditando e tracciando nel suo spirito un disegno infernale, per la cui effettuazione non tremerebbe a fronte di qualsifosse ostacolo; di tratto in tratto alzavasi per vedere se l’orizzonte si rischiarava.

Finalmente spuntò il giorno; il temporale erasi dileguato durante la notte e il cielo rasserenato.

Il carmelitano, accompagnato dal selvaggio, uscì e vagò per la foresta e per la campagna in tutte le direzioni; andava in cerca di qualche cosa.

Dopo due ore di cammino s’imbattè nella macchia di cardi, ove accadde la scena che narrammo; l’esaminò da tutti i lati e sorrise di soddisfazione.

Arrampicandosi all’albero e sdrucciolando pel cipô entrarono egli e il selvaggio nell’area che già conosciamo; il sole erasi levato poco prima.

Il giorno appresso, due ore avanti sera, vedeasi uscire da cotesto luogo un solo uomo, che non era nè frate nè selvaggio.

Era un avventuriere impavido, audace, nella cui fisonomia riconoscevansi ancora i lineamenti del carmelitano frate Angelo.

Quest’avventuriere chiamavasi Loredano.

Lasciava in quel luogo, e sepolto nel seno della terra, il suo secreto; quest’era un ruotolo di pergamena, una coccola di frate e il corpo di un selvaggio.

Cinque mesi dopo il vicario dell’Ordine partecipava al generale in Roma che il frate Angelo