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La loro condizione era scabrosa; accorgevansi di essere in uno di quei frangenti della vita, ove un passo, un moto precipita l’uomo nel fondo dell’abisso, o lo salva dalla morte che gli sta sopra.

Loredano ponderava la cosa con quell’energia e risoluzione, che mai non l’abbandonava nei casi estremi; il suo spirito era in preda a una lotta violenta.

Quest’uomo non avea che un sentimento, una fibra, una fonte di vita; era quell’ardente sete di godimenti, quella sensualità esacerbata dall’ascetismo del chiostro, e dall’isolamento del deserto.

Compresso fin dall’infanzia, il suo organismo si espandeva con una forza straordinaria nel mezzo di quel paese vigoroso, di quell’aria pura e sotto i raggi di quel fervido sole che faceva ribollire il sangue.

Sotto l’impero degl’istinti materiali, l’immaginazione di quest’uomo si avea creato due desiderii, che eccitandosi, svolgendosi, concentrandosi, si erano convertiti in due passioni violente.

Una era la passione dell’oro; quella speranza di poter un giorno deliziarsi nella contemplazione di quel tesoro favoloso, che come Tantalo stava per toccare e gli fuggiva di mano.

L’altra era la passione dell’amore; quella febbre che gli bruciava il sangue al vedere quella fanciulla sì innocente, sì candida, che parea non dovesse inspirare se non affezioni caste e pure.

La lotta che in quel momento lo agitava, era