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tiva pure l’amore ardente che le riempiva l’anima, che la soffocava.

Alvaro si rammentò la raccomandazione di don Antonio de Mariz; e quello che a principio sarebbe stata una semplice compassione, si convertì in affetto.

Isabella era sventurata fin dall’infanzia; dovea dunque consolarla, e fin d’allora adempiere all’ultima volontà del vecchio fidalgo, che amava e rispettava qual padre.

— Non ricusate ciò che vi chieggo; diss’egli affettuosamente: accettatemi per vostro fratello.

— Così dev’essere; rispose Isabella tristamente: Cecilia mi chiama sua sorella; voi dovete esser mio fratello. Accetto! Sarete buono con me?

— Sì, donna Isabella.

— Un fratello non deve chiamare la sorella pel suo nome semplicemente? dimandò ella con timidezza.

Alvaro esitò.

— Sì, Isabella.

La giovane ricevette questa parola con gioia immensa; le parve che i labbri del cavaliere, pronunciando così famigliarmente il suo nome, l’accarezzassero e la baciassero.

— Obbligata!... Non sapete qual bene mi fate chiamandomi così. Occorre aver sofferto molto per trovar la felicità in cosa sì da poco.

— Narratemi i vostri affanni.

— No; lasciateli meco; forse alcun giorno potrò farlo: adesso voglio soltanto mostrarvi che non sono rea quanto pensate.