Pagina:Alencar - Il guarany, II, 1864.djvu/11


— 11 —

le forze, venne a cadere nelle mani di mio parente.

«Di quanti delitti già non fu causa quella carta; e di quanti non lo sarebbe ancora, padre mio, se Iddio non avesse finalmente punito in me l’ultimo erede di questo legato di sangue!...»

Il moribondo si arrestò un momento, estenuato; dipoi continuò con voce fievole:

«Sin d’allora, coll’arrivo del governatore don Francesco de Souza, sapeasi che Roberto avea offerito in Madrid a Filippo II la scoperta di quelle miniere; e che non avendolo il re premiato come si attendeva, ostinavasi in serbare il silenzio.

«La ragione di questo silenzio, che generalmente attribuivasi a dispetto, solo sapevala il mio parente, nelle cui mani trovavasi l’itinerario: Roberto, arrivato in Ispagna, si era accorto del furto che gli era stato fatto, e voleva almeno lucrare il premio.

«Il secreto delle miniere, la chiave di questa immensa ricchezza, che sorpassava tutti i tesori di Miramolin, stava nelle mani di mio parente, che, avendo bisogno di un uomo fidato che lo aiutasse nell’impresa, giudicò che niuno si troverebbe più adatto di me da esser messo a parte de’ suoi rischi e delle sue speranze.

«Accettai questa complicità di delitto, questo patto di latrocinio, padre mio.... Fu questo il mio primo fallo!...»

La voce dell’avventuriere si fece ancora più