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lo strangolamento, e che non opponeva più che una debole resistenza, tenendo sempre saldo il forcone, mise la mano sotto la tunica, e ne trasse una corda di ticum1, che avea avvolta alla cintola in molti giri.

All’estremità di questa corda eranvi due lacci, che aperse co’ denti e passò nelle zampe anteriori, legandole fortemente insieme: poscia fece lo stesso alle gambe di dietro, e finì collo stringer bene anche le due mandibole, di modo che la tigre non potea aprire la bocca.

Fatto ciò, corse a un ruscelletto che scorrea lì presso; e riempiendo d’acqua una foglia di cajù agreste, resa concava, venne a spruzzare la testa della fiera; la quale a poco a poco rinvenne. Giovossi di quest’intervallo per rafforzare i lacci che la stringevano, e contro cui tutta la forza e l’agilità di lei sarebbero impotenti.

In questo istante una cotia2 timida e schiva comparve sul lembo di quel vano del bosco, e sporgendo un po’ in avanti il muso, tosto si ritrasse arruffando il pelo vermiglio e color di fuoco.

L’Indiano diè di mano all’arco, e l’abbattè poco

  1. Il ticum è una palma, de’ cui filamenti gli Indiani si servivano, come gli Europei del lino. Lo adoperavano nelle reti da pescare, nelle corde degli archi, e per altri bisogni; il filo preparato colla resina di almecega era fortissimo.
  2. Animale quadrupede dei rosicchianti.