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Un ampio tendone di damasco vermiglio, su cui era riprodotto lo stesso blasone, ascondeva questa porta, che raramente si apriva e metteva in un oratorio.

Di fronte, tra le due finestre del mezzo, ci avea un gran seggiolone con sopracielo, chiuso da cortine bianche con panneggiamenti azzurri.

Sedie di cuoio con schienale molto rilevato, un tavolino di legno santo con piedi torniti, una lampada d’argento sospesa al tetto per una catenella, costituivano i mobili di questa sala, che presentava un aspetto severo e tristo.

Le stanze interne erano sullo stesso gusto, solo mancavano le decorazioni araldiche; ma nell’ala dell’edifizio quest’aspetto mutava di repente, e facea luogo a un certo che di capriccioso e dilicato, che rivelava la presenza di una donna.

Infatti nulla di più grazioso che la messa di un’alcova, ove i broccati di seta si confondevano colle vaghe penne dei nostri uccelli, intrecciate in ghirlande e festoni all’ingiro del solaio, e al sommo del cortinaggio di un letto collocato sopra un tappeto di pelli d’animali selvatici.

Da un canto pendeva dalla parete un crocifisso di alabastro, a cui piè ci avea uno sgabello di legno dorato.

A poca distanza, sopra un cumò, vedeasi una di quelle chitarre spagnuole, che i zingari introdussero nel Brasile quando furono espulsi dal Portogallo, e una collezione di minerali strani a vaghi colori, e di forme bizzarre.