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e alle piroghe, che strisciano sul suo dorso: schiavo sommesso obbedisce alla sferza del suo signore.

Non è questo il luogo, in cui dev’essere veduto; ma a tre o quattro leghe dalla sua foce, ov’è ancor libero, come il figlio indomito di questa terra di libertà:

Quivi il Paquequer lanciasi rapido sopra il suo letto, e attraversa le foreste come un tapir, spumando e gettando sprazzi sulle punte delle roccie, ed empiendo la solitudine del rumore del suo corso.

Di repente lo spazio gli manca, il terreno gli sfugge; il superbo fiume retrocede un istante per concentrare le sue forze, e d’un balzo si precipita come la tigre sulla sua preda.

Dipoi, affaticato da cotesto sforzo supremo, si stende sopra la terra e si addormenta in un vago bacino formato dalla natura, ricevuto come in un letto nuziale, sotto cortine di campanelle e di fiori agresti.

La vegetazione in questi luoghi fa pompa di tutto il suo rigoglio; foreste vergini stendonsi lungo i margini del fiume, che scorre in mezzo ad arcate di verzura e capitelli formati dai ventagli delle palme.

Tutto è grande e pomposo in cotesto scenario, che la natura, artefice sublime, decorò dei maestosi drammi degli elementi, ove l’uomo non fa che l’ufficio di semplice comparsa.

Nell’anno 1604, il luogo che abbiamo descrit-