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varo tanto rammarico, tanto cordoglio, che si sentì commossa.

— Non accusatemi di quello che accade, diss’ella con dolcezza; la colpa è vostra.

— Lo sento; e non me ne dolgo.

— Ben vedeste che non potendo accettarlo, vi chiesi di conservarlo come un ricordo.

— Oh! io lo conserverò; mi insegnerà a espiare il mio fallo, e me lo rammenterà sempre.

— Sarà adesso una triste rimembranza.

— E posso pretenderne delle liete!

— Chi lo sa! disse Cecilia spiccando dalle bionde treccie de’ suoi capegli un gelsomino; è sì dolce lo sperare!

Volgendosi per ascondere il rossore delle sue guancie, Cecilia vide da presso Isabella, che divoravasi quella scena con uno sguardo ardentissimo.

La fanciulla mandò un grido di sorpresa, ed entrò rapidamente nel giardino. Alvaro raccolse nell’aria il piccolo fiore che fuggì dalle dita di Cecilia, e lo baciò stimando che nessuno lo vedesse.

Quando il cavaliere diè cogli occhi nella fanciulla, rimase tanto turbato, che lasciò cadere il gelsomino senza accorgersene.

Isabella lo raccolse; e presentandolo ad Alvaro, disse con un accento di voce inimitabile:

— È anche una restituzione!

Alvaro impallidì.