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424 arnalda di roca


     E tu vedesti, su le brune rupi
Assisa, fluttuar entro i vïali
Di profumati sicomori il Nilo
Sacerdotale; e un incessante muto
Incombere di sabbie e di sventura
Su le cittadi da le cento porte,
Su le reggie, sui templi, e su le sfingi
Divine.
              E tu dell’orïente all’onda
Affacciata, mirasti, in una cupa
Notte, la croce radïar da un colle;
E l’intera d’un popolo progenie
Maledetta, lasciar le dolci case
Native, e del Giordano ai saliceti
L’arpe, non più profetiche, pendenti;
Disseminando su la terra i tristi
Passi rivolti ad un esilio ignoto,
Sola in mezzo a le genti, vagabonda
Assiduamente. E allor che prodi turbe
Tentar l’acquisto del divino avello,
Lungo il sorriso de le tue marine
Un bosco t’apparia d’itale antenne
Carche d’illustri perituri.
                                                    Ed ora,
Se lo sguardo protendi oltre i cipressi
D’ombre pietosi ai ruderi di Tarso,
Vedi la luna d’Ottoman sui flutti
Di giannizzero sangue imporporati,
Da le punte dei cento minareti
Splendere mesta e volgere al tramonto.

     Tu cinta di ruine ampie, ruina
Ampia tu pure, poi che invan di Pafo