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i sette soldati. 311

Lungo un’erbosa riva che si perde
Col pallido suo verde
Nell’adriaca marina,
Mena solinga a pascere la vacca,
Util compagna e cara
De la sua vita amara,
Una gentil Morlacca.
Quivi seduta senza trovar pace
Riguarda al sol che tramontare accenna
Oltra quel mar, da quella banda, dove
Ne la deserta antichità si giace
La nobile Ravenna.
Poi s’alza ratta e un súbito sgomento
Le stringe il core, perocchè le parve
Sentir passar col vento
Caldo, che soffia dal lombardo lito,
Mista al lamento di cognate larve
La larva del marito.
Leva lenta le nari, e l’aure anch’ella
La vaccherella fiuta,
E con lungo muggito
Il tramonto saluta. —
Oh va’, infelice! gitta in mar l’infausto
Anel di sposa: la tua terra è omai
La patria de le vedove. Levate,
O donne, a schiere la canzon dei morti
Per le serbe vallate.
Misere! e a voi non fia
Nè pur concesso lagrimar sull’erba
Sorta dal sangue dei mariti estinti;
Però che tutti maledetti e vinti
Giacquero sui pugnati
Campi de lo straniero;